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 Muzzano occupa una fascia di territorio sulla riva destra dell'Elvo tra Graglia e Camburzano.

La denominazione del luogo proviene dal nome latino "Mutius".
Le più antiche testimonianze documentarie risalgono al X sec.: in un diploma del 964 viene menzionata come "Mutianum".
Infeudata da Ottone III a Manfredo di Cavaglià attorno al Mille, Muzzano passò del '200 agli Avogadro e nel 1404 ai Savoia.
Nel 1621 si celebrò in Muzzano uno dei rari processi per stregoneria del biellese: furono condannate Caterina Bosso di Graglia e Giovannina Anselmetti di Bagneri.
La storia di Muzzano nei secoli successivi è simile a quella di altre comunità del circondario di Biella, le cui attività erano caratterizzate da un'economia artigianale e tessile.
A seguito della costituzione della nuova provincia di Biella (D.lgs. 06 marzo 1992, n. 248), il Comune di Muzzano passò dalla provincia di Vercelli a quella di Biella

INTER TENEBRAS LUCEO – NEC MUTOR ADVERSIS
sono una luce nel buio – né mi cambiano le avversità

Il motto del gonfalone di Muzzano sembra voler ricordarci come la popolazione del paese riuscì a superare le avversità di un territorio montuoso e difficile da mettere a coltura. La luce nel buio però si offusca e si fa più fioca quando entriamo nel campo del leggendario dove immagini dai contorni non ben definiti legano realtà e immaginazione.

Alla confluenza del torrente Janca e del torrente Elvo sorgeva un rudere (oggi non più) chiamato mulino dei Saraceni, mentre alcune cavità lungo le sponde dell'alto Elvo erano note come il forno dei Saraceni, e anche una roggia che costeggiava per un buon tratto la strada verso Bagneri (oggi incanalata e interrata). La presenza in questi luoghi dei Saraceni sarebbe poco attendibile, anche se è certo che percorsero la via Franchigena, mentre le origine storiche di Muzzano inizierebbero con le guerre tra i romani contro le tribù dei Salassi (stanziati da Aosta ad Ivrea) e dei Vittimuli celto-liguri, insediatesi nella Bessa per estrarre l'oro.

La leggende aurifere legano Muzzano alle popolazioni Celtiche, conosciute semplicemente come popolazioni "barbare" o meglio ancora come "Galli". Per i greci "Barbari" erano tutti coloro che non parlavano la loro lingua. La parola celtico deriva dal greco "keltai", che gli abitanti della colonia greca di Marsiglia, attribuivano ai membri di queste tribù belligeranti.

 LA LEGGENDA DELLA ROCCIA DELLE FATE

Si narra di alcuni stranieri, forse di origine celtica, che giunsero in paese e vennero ben accolti dai muzzanesi perché si credeva conoscessero il metodo per estrarre l'oro dal torrente e dalla montagna. I barbari erano alti, rudi e grotteschi, ma le loro donne rosee e bionde, furono subito odiate ed invidiate dalle donne locali.
Gli stranieri ben s'integrarono e decisero di festeggiare la loro presenza in questi luoghi con un banchetto sulle sponde dell'Elvo. Finita la cena iniziarono le danze delle donne nordiche, guardate con sprezzo dalle muzzanesi, e con ardore dagli uomini. Ad un tratto una giovane, dopo aver fissato a lungo le estremità scoperte dalla danza, ridendo si mise a richiamare l'attenzione dei compaesani: "Guardate!… Guardate!... Le straniere hanno i piedi d'oca!… Guardate come sono belle le donne palmipedi!". Le ilarità e gli scherni che ne seguirono offesero i forestieri, i quali decisero di abbandonare la loro dimora, un dirupo a picco sull'Elvo chiamato la roccia delle fate, senza rilevare ai muzzanesi le tecniche per ricavare l'oro dalla montagna e dalle acque.
I forestieri dormirono a Muzzano ancora una notte e i locali decisero di armarsi per farsi rilevare con le buone o con le cattive le tecniche d'estrazione. All'alba, armati di mazze e bastoni, arrivarono velocemente alla caverna dove rimasero abbagliati da una luce folgorante. Una luce magica si dipartiva da una figura di una fanciulla avvolta in un tessuto d'oro, si trattava di una fata. Dopo lo stupore i muzzanesi decisero che si sarebbero impadroniti anche di lei, ma all'improvviso si drizzò accanto a lei un grosso serpente sibilante e sputante fuoco.
I locali si ricordarono a quel punto della diceria dei foresti che portavano con loro una bionda fata dalla quale apprendevano l'arte di estrarre i metalli, ed il grosso serpente a loro difesa. Tutti scapparono a gambe levate tornando alle loro case, mentre il sole ardeva già all'orizzonte. Gli stranieri partirono indisturbati, mentre il serpente rimase ancora per qualche tempo a seminare un po' di terrore, finché anch'esso sparì.

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